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mercoledì, marzo 27, 2013

Li chiamiamo clandestini.

foto denaro.it
Camminando per le strade di ogni paese, ci rendiamo sempre più conto di quanto siamo diventati multietnici. L’Italia da anni è diventata “rifugio” per molti immigrati che giungono nel nostro Paese per trovare fortuna, o meglio per cercare di avere una vita migliore di quella che il loro Paese non puo' più garantire. Molti sono rifugiati politici provenienti prevalentemente dal nord Africa, quindi dai paesi del Maghreb. Tunisini, marocchini, libici… tutti in cerca di lavoro o qualcosa di simile per sopravvivere. Ma non sono solo loro a giungere in Italia, ci sono anche cinesi, indiani, bengalesi, rumeni, tutti con storie diverse ma nello stesso tempo molto simili.
Spesso incrociamo per strada il loro sguardo ma non ci interessa affatto quello che hanno da dirci, specialmente se vogliono lavarci il vetro della macchina, oppure cercano di venderci fazzoletti, accendini, ombrelli, li trattiamo con indifferenza. Per molti sono solo clandestini che non vogliono lavorare onestamente. È proprio questa la frase che sentiamo dire spesso a chi parla di loro in giro per le città; ma nessuno, o meglio quasi nessuno, ha mai provato a chiedere loro qualcosa, o semplicemente il proprio nome. Sicuramente a qualcuno non interesserà leggere queste righe che cercano di raccontare delle storie molto vicine alle nostre ma che per abitudine ormai ci negano e vengono ignorate. Storie di uomini e donne, storie di bambini, ragazzi, studenti e non, fuggiti dalla propria casa in cerca di un cambiamento. Molte ragazze, come abbiamo potuto apprendere dalle cronache più recenti, finiscono per entrare in giri di prostituzione, altre schiave. Come finiscono schiavi gli uomini e i giovani che lavorano nei campi di agricoltori italiani e anche siciliani, per la racconta di arance, limoni, pomodori, tutti costretti in schiavitù.
Per noi molti di questi che incrociamo per strada sono solo clandestini che non meritano la nostra attenzione. Ma pensando ciò tralasciamo un importante fattore. Questa forte immigrazione verso l’Italia, o comunque verso l’Europa, è la stessa che ci ha colpito negli ultimi anni del 800 e poi nei primi del 900 quando una gran numero di uomini e donne si spostarono dall’Europa verso l’America in cerca di fortuna.
Fortuna condivisa con chi restava nel paese d’origine. Questo ha permesso la diffusione dell’alfabetismo e della cultura. Oggi sta accadendo la stessa cosa. Chi fugge dal proprio paese per raggiungere il nostro, lo fa per disperazione e per garantire una vita dignitosa a figli e nipoti rimasti nel paese d’origine e che vivono in situazioni di assoluta povertà. Per molti aspetti questo succede anche in Italia, visto che la povertà è cresciuta a dismisura in questi ultimi anni (e continua a crescere). Spesso chi giunge nel nostro Paese si accontenta dei lavori più umili, per alcuni addirittura considerati sporchi. Badanti, muratori stranieri, si accontentano di poco, quello che per noi è diventato poco. Ecco anche spiegato “l’odio” verso molti di essi, accusati, a dire di molti, di rubare il lavoro agli italiani. Spesso non ci rendiamo conto che quando additiamo
queste persone nello stesso tempo, indirettamente, accusiamo i nostri nonni, bisnonni, parenti lontani e recenti, che in passato hanno lasciato il Paese per cercare fortuna altrove. I grandi processi di emigrazione che hanno interessato l’Europa il secolo scorso, hanno portato anche alla meridionalizzazione del nord.
Oggi invece viviamo nel paradosso, i meridionali del nord disprezzano il sud, considerandolo una palla al piede, ripudiando così la propria terra d’origine.
I flussi di migrazione, oggi, spostano milioni di persone dai paesi più disagiati verso i paesi europei, soprattutto Italia, Francia, Spagna, Germania e Inghilterra. Questi enormi flussi portano, oltre alle famiglie disperate, anche le organizzazione criminali del luogo che spesso entrano in conflitto o in collaborazione con le organizzazioni criminali locali come la camorra, la mafia e la ‘ndrangheta. Oggi infatti la mafia cinese in Italia è fortissima.
Tornando a parlare dalle tante storie che ci scorrono veloci ogni giorno davanti agli occhi, vorrei cominciare con quella di M. A. B. giovane ventunenne che vive a Palermo da circa 2 anni. Giunto dal Bangladesh da solo, trascorre le sue giornate alla stazione centrale di Palermo vendendo oggetti di vario genere. La sua è sicuramente una storia molto particolare. Infatti racconta di aver iniziato gli studi di Scienze Politiche presso la National University in Dhaka, ma a causa di una grave crisi che ha colpito la sua famiglia è stato costretto a emigrare in cerca di fortuna. Lui avrebbe voluto tanto proseguire gli studi, ma la famiglia non poteva più permettergli la retta universitaria, così costretto ad abbandonare comincia la sua avventura nelle città italiane. Oggi guadagna circa 10/20 euro al giorno, appena sufficienti per garantirgli un vita più o meno dignitosa. Suo padre pensionato, sua madre non ha trovato lavoro e suo fratello si arrangia in qualche modo lavorando in Bangladesh. Quando racconta la sua storia, si vede chiaramente la sofferenza con cui parla della sua terra e della sua famiglia, triste di essere così distante. Non era questa la vita che sognava. Mi confida che avrebbe tanto voluto continuare l’Università e continuare la sua vita bangladese.
Poi c’è S. D. giovane camerunense che gira per i vari supermercati di Palermo aiutando a spingere i carrelli carichi di borse per la spesa fino alle auto e porta anche le borse dei clienti fino a casa in cambio di qualche moneta. Anche lui è partito da casa giovane perché il padre non riusciva più a sfamare la sua famiglia.
A Milano tra Piazza Duomo e il Castello Sforzesco, vende braccialetti Said, giovane malese che ha girato quasi tutte le città italiane: Napoli, Trapani, Palermo, Roma e tante altre. Ha tanti fratelli, tutti divisi tra Italia e Francia. Da quando è partito dal Mali non è mai riuscito a tornarci.
Altrettanto simile è la storia di A.B. ragazzo di 29 anni che da poco più di un anno vive a Palermo dopo aver trascorso qualche tempo a Torino, Grosseto, Salerno e altri centri italiani, vendendo, come molti altri, oggetti di vario genere. Anche lui vorrebbe tornare nel suo paese, il Bangladesh, ma non ha la possibilità economica. Ha cercato un lavoro più o meno fisso a Palermo, ma non è riuscito a trovarlo.
Adesso è costretto a vendere ombrelli e accendini alla stazione centrale, ogni giorno dalla mattina alla sera, riuscendo a racimolare il minimo per sopravvivere (circa 10/20 € al giorno). Racconta delle sue giornate, tutte uguali fin dalle prime luci del mattino. Dopo la colazione e la preghiera si reca in Stazione, a pranzo mangia riso con altri suoi connazionali e dopo nuovamente in Stazione fino a sera. Cena nuovamente a base di riso e dopo la preghiera dorme qualche ora prima di tornare in Stazione. Non ha saputo spiegarmi dove dormisse, non c’è riuscito, o forse non l’ho capito io. Sarà stato davvero troppo complicato da spiegare.
Emanuel Butticè

sabato, marzo 02, 2013

“Pigmeo tra i pigmei” presentato il libro di padre Pierre Lombardo



CASTELLAMMARE- Presentato ieri presso l’hotel Al Madarig di Castellammare del Golfo il libro del padre missionario Pierre Lombardo, organizzato dal Rotary Club distretto Castellammare Calatafimi-Segesta presieduto da Antonio Fundarò.
Pierre Lombardo, alcamese, da più di quarantanni vive in Africa tra i pigmei. “Pigmeo tra i pigmei” non solo identifica la sua persona ma è anche il titolo del suo libro edito dalla casa editrice Ernesto Di Lorenzo editore. Alla presentazione erano presenti Antonio Fundarò, l’editore Ernesto Di Lorenzo e padre Pierre Lombardo.
Fundarò descrive brevemente la vita di padre Lombardo e dei suoi meticolosi studi sui Pigmei, dei tanti viaggi nelle foreste del Congo e delle tante vicende umane che lo legano in maniera diretta con questa strepitosa popolazione. Ernesto Di Lorenzo parla del libro come un grande strumento antropologico. Il libro è nello stesso tempo un racconto autobiografico, una raccolta fotografica e uno studio antropologico sulla popolazione africana. Racconta quarantanni di vita passata a studiare i pigmei, raccontando la caccia, la pesca, le danze, la vita sociale, tutto con grande precisione. In poche parole racconta una vita vissuta sulla propria pelle.
La vita dello stesso Pierre fin dai primi anni non è stata facile, dalla perdita del padre, alla vocazione fino alla scelta di vivere come missionario in Congo.
Dal 1969 cura il trimestrale Filo diretto, a distribuzione gratuita, per documentare l'attività svolta in Africa, promuovere il programma delle adozioni a distanza, divulgare i principi di solidarietà internazionale e i diritti dei popoli autoctoni.
“Un missionario deve essere prima di tutto un antropologo”. Sono parole che usa lui stesso per descrivere quello che racconta e che vive al fianco del popolo pigmeo. Nei suoi racconti, padre Lombardo, parla della guerra, delle malattie, soprattutto della malaria di cui è stato testimone in prima persone rischiando addirittura la vita. Come sottolinea Ernesto Di Lorenzo:“Pigmeo tra i pigmei è sicuramente un libro sulle cose fatte e sulle cose da fare.”
Per anni il popolo pigmeo è stato un popolo di chiavi, identificati come “bestioline della foresta”. Lui è riuscito a far diventare il popolo pigmeo protagonista del proprio sviluppo. Proprio per questo motivo quando torna in Italia si sente un estraneo. Un estraneo in casa propria. Solo in Africa si sente davvero in famiglia e proprio per questo motivo si ritiene “ultimo tra gli ultimi, Pigmeo tra i pigmei”.
Emanuel Butticè

mercoledì, gennaio 16, 2013

Luca Pennisi ci presenta il suo primo libro: "The Ghost"

Questo mio piccolo libro che finalmente, dopo un bel po’ di tempo e lavoro, posso avere il piacere di presentarvi, è il risultato di una necessità, di una sensazione che credo non sia percepita soltanto dal sottoscritto. Questo libro quindi nasce innanzitutto dalla necessità di manifestare, il più concretamente possibile, il mio dissenso nei confronti dell’Italia tutta. E sto parlando di quest’Italia attuale che va avanti così ormai da secoli, in effetti va avanti così dalla sua Unità, dalla sua Costituzione; inutile elencare ancora una volta tutti i grossi difetti a livello base, politico-sociale. Voglio solo sottolineare che si tratta di difetti individuali che sommati tra loro vanno a creare quella figura dell’italiano medio che ad oggi tutto il mondo contesta. L’essere italiano che potrebbe essere “motivo di vanto” si sta trasformando in “motivo di scherno”. È stata “la classica goccia che fa traboccare il vaso” a spingermi verso la stesura di questo scritto. Con esso l’intento è anche quello di esortare il lettore a passare ai fatti, magari non drasticamente come il racconto implicitamente suggerisce. Poiché in effetti mi sono reso conto, e non ci vuole molto per rendersene conto, che da troppo tempo noi tutti non facciamo altro che parlare e lamentarci dello status quo, ma nessuno osa fare il passo successivo, nessuno osa prendere barca e remi e fare quel tratto di mare che c’è tra il dire e il fare appunto. È questa pigrizia, passività, vigliaccheria italiana che io condanno, cui ho cercato di sottrarmi in qualche modo attraverso questo mio piccolo e probabilmente vano esperimento. Il libro non è un trattato di politica, no; quanto scritto sin qui è il messaggio che traspare evidentemente dalla sua lettura. Il libro è un thriller avvincente e misterioso, non è un noioso trattato di politica. In certi punti vi sono anche esilaranti colpi di scena che non potranno non strapparvi almeno un leggero sorriso dalle labbra. Uno dei miei primi lettori, cui attribuisco autorevolezza e ottima capacità di giudizio, lo ha definito “un sogno di liberazione”, che è a mio modo di vedere una perfetta definizione. Altra caratteristica particolare del racconto è l’implicazione di personaggi esistenti della nostra attuale società. Gente di un certo spessore morale, pezzi grossi, persone che, vuoi o non vuoi, ci rappresentano a livello mondiale. Ritengo che già “l’ouverture” e la sinossi possano darvi un bel pizzico di curiosità e la giusta spinta per leggere tutto il resto, visto che probabilmente sono l’unico autore al mondo che ha immaginato e messo per iscritto la morte del nostro caro amico Silvio. Non ho voluto scrivere un grosso libro, è stata una mia scelta, perché avrei potuto farlo, ma ho preferito tener fede al motto greco: “un grosso libro, un grosso errore", motto che condivido assolutamente. Spero lo leggiate e spero vi piaccia proprio come è piaciuto a me… Buona lettura.

P.S.: Peccato che il successo di questo libro sia legato fatalmente e inscindibilmente ad una querela.
P.P.S. Di seguito trovate il testo del nostro sacrosanto inno nazionale, va tutt'uno con la recensione!

Luca Pennisi


Fratelli d'Italia, 
L'Italia s'è desta; 
Dell'elmo di Scipio 
S'è cinta la testa. 
Dov'è la Vittoria? 
Le porga la chioma; 
Ché schiava di Roma 
Iddio la creò. 
Stringiamoci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
Italia chiamò, 

Noi fummo da secoli 
Calpesti, derisi, 
Perché non siam popolo, 
Perché siam divisi. 
Raccolgaci un'unica 
Bandiera, una speme; 
Di fonderci insieme 
Già l'ora suonò. 
Stringiamoci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
Italia chiamò, 

Uniamoci, amiamoci; 
L'unione e l'amore 
Rivelano ai popoli 
Le vie del Signore. 
Giuriamo far libero 
Il suolo natio: 
Uniti con Dio, 
Chi vincer ci può? 
Stringiamoci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
Italia chiamò, 

Dall'Alpe a Sicilia, 
Dovunque è Legnano; 
Ogn'uom di Ferruccio 
Ha il core e la mano; 
I bimbi d'Italia 
Si chiaman Balilla; 
Il suon d'ogni squilla 
I Vespri suonò. 
Stringiamoci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
Italia chiamò, 

Son giunchi che piegano 
Le spade vendute; 
Già l'Aquila d'Austria 
Le penne ha perdute. 
Il sangue d'Italia 
E il sangue Polacco 
Bevé col Cosacco, 
Ma il cor le bruciò 
Stringiamoci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
Italia chiamò


domenica, ottobre 07, 2012

Il coraggio di chi scrive.



“… la guerra in Cecenia continua. È quello di cui hanno bisogno le autorità. Il paese vive una volta di più secondo i modelli imposti dai servizi segreti, che ancora una volta sono al di sopra della legge. Noi continuiamo a seminare Putin per raccogliere Stalin. Non è una sensazione piacevole. Mi chiedo spesso se sia possibile abituarsi all’idea che ci siano assassini al soldo dello stato.” Anna Politkovskaja tratto da: “Cecenia. Il disonore russo.”


La morte è arrivata troppo presto, troppo velocemente. In un piccolo quartiere di Mosca 6 anni fa, esattamente il  7 ottobre 2006 moriva Anna Politkovskaja, uccisa nell’ascensore del suo palazzo.  Anna muore, tra le buste della sua ultima spesa, dentro un ascensore, da sola, senza un grido, senza una parola. Giornalista coraggiosa che ha sfidato il governo russo riuscendo a raccontare gli orrori della “guerra” in Cecenia , che senza di lei non avrebbero avuto voce.  

Raccontando meticolosamente i retroscena della cruda realtà cecena è andata contro il sistema che imponeva il silenzio, la bugia ed è riuscita a rendere di tutti delle storie crude, di odio, di terrore, di torture e di menzogne. Senza esitazione, ha denunciato le barbarie compiute dal governo di Putin, senza arrendersi mai, neanche davanti alle tante minacce di morte ricevute. “A volte la gente paga con la propria vita per dire ad alta voce ciò che pensa”, e questo Anna lo sapeva bene, sapeva che era solo questione di tempo. Però il destino a volte è davvero strano, Anna è stata uccisa il 7 ottobre, lo stesso giorno il presidente Putin festeggia il suo compleanno; c’è chi vede questo come un regalo verso il presidente, lo stesso presidente che Anna denunciava e accusava, lo stesso di sempre. Ancora oggi il colpevole dell’omicidio rimane sconosciuto, come spesso, purtroppo, accade in Russia. Sono passati 6 anni dalla sua scomparsa ed io voglio ricordarla con semplicità e rendere universale il suo messaggio. Un messaggio di speranza e soprattutto di pace. 

Come un pugno nello stomaco ho letto molti scritti di Anna, li ho trovati crudi, freddi, spesso anche difficili da digerire ma proprio per questo li ritengo essenziali. Nel suo libro “Cecenia. Il disonore russo” possiamo carpire quella voglia di raccontare la verità che ormai sembra diventata una rarità nel sistema intrinseco di corruzione e di soggezioni che certi sistemi impongono alla stampa e all’informazione in generale. Il suo raccontare, storia dopo storia, verità dopo verità, ha alimentato le voci, ormai strazianti, delle migliaia di donne, uomini e bambini costretti alle peggiori torture nella propria terra, nella propria casa, nel proprio letto. Ogni pezzo doveva aiutare qualcuno, contrastare un’ingiustizia o semplicemente raccontare come stavano le cose. La sua attività non era solo giornalistica, ma umanitaria. Aveva deciso di smascherare le menzogne del suo paese, guardando negli occhi i responsabili, partecipando ai processi per cercare di dare giustizia a donne violentate, uomini torturati, bambini orfani… 

 Anna lavorava in condizioni economiche non proprio favorevoli ma nonostante tutto non si è arresa, è andata sul campo a raccontare le sue storie e renderle alla portata di tutti. È proprio questo che ha ucciso Anna Politkovskja, l’aver trasformato delle storie di guerra da dimenticare in storie aperte a tutti, e hanno suscitato non poca rabbia verso un governo che per anni ha mentito e taciuto. Le parole di Anna sono diventate scomode e per questo ha pagato con la vita. Per non dimenticare e per tenere vivo il ricordo di tutte quelle persone che ancora oggi si battono per i diritti degli uomini e per salvaguardare la libera informazioni, mi sento di tenere vivo il ricordo, di una giornalista coraggiosa che non ha mai smesso di vivere.



Oggi, il coraggio dei suoi scritti e il suo sacrificio estremo fanno di Anna Politkovskaja un simbolo della libertà di pensiero e di parola.


“Contrariamente a quanto affermano medici, neurologi e psichiatri sulle nostre infinite possibilità, ogni uomo dispone di una resistenza morale limitata al di là della quale si apre il suo abisso personale. Non è necessariamente la morte. Ci possono essere situazioni peggiori, ad esempio la perdita totale della propria umanità, come unica risposta alle innumerevoli nefandezze della vita. Nessuno può sapere ciò di cui sarebbe capace in guerra.” - Anna Politkovskaja


“… come si fermano le guerre? Le guerre finiscono precisamente quando i nostri sentimenti di odio cedono il passo. Altrimenti, come tanti condannati a morte, aspettiamo il nostro turno, perché abbiamo affidato il nostro paese a persone che non hanno paura di sterminare i loro simili, innocenti.” - Anna Politkovskaja


Fonti: “Cecenia. Il disonore russo” e “Proibito parlare”.
 A questo link l’ultimo articolo di Anna “Ti chiamiamo terrorista”: http://it.peacereporter.net/articolo/6479/

Emanuel Butticè

sabato, luglio 28, 2012

DIARIO DI UN'AVVENTURA MALGASCIA

PARTE SETTIMA:
Se non ho descritto la città, l’unico motivo è la consapevolezza di non poter fornire nulla di preciso, neanche se fossi lo scrittore più bravo della storia, neanche in quel caso riuscirei a proiettare nella vostra mente questi luoghi per come essi sono veramente. Tuttavia credo in fondo di dover tentare, giusto per darvi un’idea.

 La nostra casa non si trova nel centro città; il nostro quartiere, Amboaloboka, è infatti in periferia, caratterizzato da tante villette costruite in perfetto stile malgascio; uno stile che non saprei descrivere con esattezza, posso solo dire che per le mura di una casa vengono utilizzati dei mattoni rossi che puoi trovare ammucchiati un po’ qua un po’ là ai bordi delle strade più campagnole. 
Casa nostra domina una collina, perciò dalla veranda al primo piano possiamo godere di una piacevole vista sulla città, notare che essa è circondata e protetta da basse montagne tutt’intorno, in lontananza spiccano la pista di atterraggio e l’università, le costruzioni più imponenti sono scuole, prevalentemente dirette da confraternite di suore e in generale associazioni religiose, perché bisogna sottolineare il fatto che qui in Madagascar, come d'altronde per il resto dei paesi africani e del terzo mondo, la religione gioca un ruolo molto importante, e ciò sia nel bene che nel male. Perché v’è quell’organizzazione impegnata seriamente nel sociale, col reale intento di voler aiutare e v’è quell’altra organizzazione che, mascherata da opera pia, persegue i propri interessi e non solo per un dovere di evangelizzazione del contadino ignorante. Alla fine è l’uomo, individuo, che attraverso il suo operato quotidiano, che sia prete o impiegato di banca, soldato o artigiano, deve dimostrare da che parte sta. È una questione di priorità. La religione comunque risulta essenziale per la maggior parte dei malgasci, la loro fede è grande, la speranza è un sentimento fortemente radicato in essi. 

Dopo questa poco chiara digressione filosofica necessaria, ritorno alla descrizione paesaggistica: man mano che ci si avvicina al centro cittadino, attraversati i campi di riso che occupano ogni spazio libero da costruzioni a scopo abitativo, le case semplici si moltiplicano e così le persone che camminano per strada, ognuna intenta nello svolgimento dei propri affari quotidiani, c’è chi spinge un carretto, chi trasporta generi alimentari sulle spalle o in testa, i ragazzi ciascuno col suo grembiule solitamente sull’azzurro in marcia verso o di ritorno da scuola, e le botteghe cadenti o decadenti sparse in ogni angolo che offrono varie fritture dolci o salate, biscotti, bevande (Coca Cola, Dynamic), sigarette, ricariche (Orange e Telma soprattutto) e altri generi alimentari. 
Lungo le strade principali i “bus di linea” passano in continuazione da mattino a sera, stracolmi di gente, si tratta di piccoli furgoncini che arrivano a contenere fino a una trentina di persone o più; spesso e volentieri li vedi arrancare semi-scassati lungo la via con i passeggeri schiacciati l’uno contro l’altro, tranquilli come se niente fosse. Io prendo spesso il bus costa poco (300 ariary, ovvero meno di 10 centesimi) e ti porta dove vuoi fermandosi alle varie fermate; una volta sono stato costretto a sedermi sul finestrino col busto all’esterno della vettura pronto a schivare cartelloni e segnali stradali, un’altra volta mi sono ritrovato tra il controllore che mi tossiva addosso, una bambina piccola che piangeva in braccio alla sua mamma e altri passeggeri mi circondavano silenziosi mentre ogni tanto mi gettavano sguardi incuriositi bisbigliando qualcosa tra loro del tipo: “Chissà come si sente il vasaha intrappolato qui dentro, in piedi, con la testa piegata verso il basso perché il tettuccio è troppo basso”. Non proprio un toccasana per una persona che soffrisse di claustrofobia.

Le strade sono piene di buche e sono sporche ai bordi, ma niente di diverso da molti marciapiedi palermitani; non ci sono i cassonetti dell’immondizia come da noi ma piuttosto vi sono dei punti dove accumulare i rifiuti che per la maggior parte sono biodegradabili, le bottiglie di plastica per esempio non si buttano, tutto ciò che può essere riutilizzato si riutilizza. V’è una grande quantità di storpi e mendicanti che vedi aggirarsi ed elemosinare in giro e anche lì a rovistare tra i rifiuti insieme ai pulcini al seguito di strane galline spennacchiate tipiche di questi luoghi. Essi rappresentano l’ultima ruota di quel carro chiamato “Povertà”. 

La vita è dura qui in Madagascar per la maggior parte, questo era scontato, ma è duro anche capacitarsene ogni giorno e affrontare la realtà ogni giorno. È dura e nessuno vuole pensarci troppo.

Luca Pennisi

mercoledì, giugno 27, 2012

DIARIO DI UN'AVVENTURA MALGASCIA

PARTE SESTA:


A distanza di un mese riceviamo puntuale dal Madagascar l'ennesima pagina del diario del nosto amico Luca, che pubblichiamo come sempre con grande piacere:


Adesso il centro si è evoluto ancora. Ci sono stati dei cambiamenti: alcuni bambini hanno volontariamente scelto di non venire più e in compenso sono stati accolti due nuovi bambini (anche se già li conoscevamo), Ephraim e Julio. Dobbiamo ricordare che si tratta di bambini di strada, abituati a fare ciò che vogliono al massimo della loro libertà, perciò lasciamo decidere loro se venire sin qui ogni giorno e partecipare alle nostre attività o meno. Noi offriamo una possibilità, un’alternativa sicuramente migliore alla strada, possiamo dirgli che è un’occasione importante per loro, che non se la devono lasciare scappare, ma in fin dei conti la scelta sta a loro. Abbiamo condiviso e condividiamo molto tempo insieme durante la giornata, evidentemente è cambiato anche il mio rapporto con loro; se all’inizio li consideravo semplicemente un gruppo di bambini sfortunati e bisognosi, adesso si è instaurato un legame più forte tra noi, non so ancora cosa si prova nel diventare padri, ma credo che quello che sto provando io qui sia un sentimento molto simile. 


Siamo andati con loro al Lago Anosy, un gran bel posto dove fare pic-nic nelle belle giornate, una volta arrivati, quando il sole ha cominciato a farsi sentire in maniera più incisiva, allora i bambini non hanno resistito e si sono buttati in acqua, ma a dir la verità non c’hanno pensato due volte, per loro quell’acqua non aveva nulla di insalubre. Loro potevano contare su un apparato immunitario abituato ormai all’ambiente malgascio e quindi quell’acqua fangosa di un colorito marrone difficilmente avrebbe trasmesso loro qualche malattia, noi invece, i bianchi, avremmo dovuto mostrare un po’ più di buonsenso e cautela. Tuttavia, se non lo avevo fatto presso la cascata all’interno della foresta pluviale di Ranomafana, non potevo rinunciare anche stavolta ad un tuffo in acqua, non dopo aver visto la contentezza dei bambini e la loro spensieratezza. È stato come un invito, non ho resistito a quel richiamo, mi sono messo in mutande e mi sono buttato: al diavolo la bilarziosi, niente e nessuno mi avrebbe impedito di godermi quel momento, essere lì con i bambini è stato il massimo. Il fango mi arrivava alle ginocchia; mi sono fatto una nuotata fino al centro del lago e anche lì c’era fango in quantità perciò non c’era un punto in cui non si toccasse. 


Un altro momento da notare è stato quello dell’arrivo della merce proveniente dal container e i giorni che l’hanno preceduto; dovete sapere che si parlava del container praticamente sin da quando abbiamo messo piede qui in Madagascar, ormai era diventato una leggenda, ogni volta che i bambini chiedevano qualcosa che non avevamo a disposizione noi rispondevamo: “Quando arriverà il container…”. Perciò loro hanno atteso con spasmodica trepidazione il giorno in cui sarebbe arrivato. E quando quel giorno è finalmente giunto è stato molto bello vederli raggianti e pieni di aspettative, perché l’arrivo del container avvicina il giorno in cui verranno a stare qui da noi in pianta stabile, giorno e notte. 


Poi anche il momento del pranzo è fantastico, non potete immaginare la voracità con cui divorano un abbondante piatto di riso fino all’ultimo chicco e spesso continuerebbero a mangiare all’infinito: pozzi senza fondo...

(Luca Pennisi)

mercoledì, maggio 23, 2012

DIARIO DI UN'AVVENTURA MALGASCIA

PARTE QUINTA:


Continiuamo a raccontarvi l'esperienza di Luca in Madagascar, tra l'altro ci risulta che siete in tanti a seguire il suo racconto. 
Eccovi la quinta "pagina" del diario di Luca, che qui tira le somme alla fine del primo mese in Africa e ci racconta dei primi approcci con i bambini dell'orfanotrofio:

È passato un mese… Incredibile, mi sembra ieri che eravamo in giro per le vie di Parigi. Abbiamo fatto già un sacco di cose e il futuro è anch’esso pieno di esperienze, scoperte, conoscenze, sogni, speranze: in una parola “vita”.


E a proposito di “vita”… è curioso venire a conoscenza che questa parola in malgascio è sinonimo di “fine”, “vita” infatti significa “finito, fine” proprio il contrario del significato italiano; ma poi, se si considera il grande valore che la morte, la fine, riveste per i malgasci, allora probabilmente la si può considerare come un nuovo inizio e così il termine calza a pennello. 

Ogni giorno aggiunge qualcosa al precedente, pertanto quelle impressioni d’impatto, dalla forma ancora indefinita, assumono dei contorni più nitidi col passare del tempo. Abbiamo aperto il centro che, gradualmente, passo dopo passo, sta imboccando la giusta direzione, nonostante sia ancora in fase di rodaggio. I bambini fanno prevalentemente alfabetizzazione con due educatori malgasci, affiancati da un’insegnante (anche lei malgascia). Arrivano al mattino, gli facciamo fare colazione con pane e latte, poi fanno lezione, poi pranzo (che consiste in riso condito a piacere dalla madama, assunta proprio col compito di cucinare) e poi, dopo pranzo, si conclude con le nostre attività che possono essere o sport (come nel mio caso) o laboratorio d’arte, oppure si può optare per la visione di un cartone animato o qualche lezione di igiene o geografia sempre tramite videoproiettore. Tre volte alla settimana ci sono le docce per tutti loro. Come ho già detto si deve avviare il dormitorio; quando sarà il momento allora i bambini resteranno con noi tutto il giorno, ovviamente la loro giornata non sarà totalmente programmata: li lasceremo liberi nel pomeriggio e allo stesso modo noi avremo tempo per rifiatare. Il numero dei bambini è sceso con l’apertura del centro. È stata fatta una selezione e il gruppo si compone fino ad ora di quattordici ankizy. Eccoli in ordine alfabetico: Antonio, Bertho, Christophe, Doris, Francine, Lario (meglio Hilario), Mpampiuna (ma lei ancora non ho capito bene come si chiama), Niko, Nomena, Padada, Remy, Solofo, Tina, Vola. Sono loro i nostri bimbi sperduti. A loro si aggiunge Aina, che avrà circa 15 anni, anche lui vive per strada, si è guadagnato con merito il posto di aiuto-cuoco e altresì quello di fratello maggiore.


In questo primo mese l’equipe si è dotata addirittura di una mascotte, casualmente infatti dapprima si è aggiunto Ugo, un piccolo serpente, comprato al mercato alla modica cifra di 1 euro circa. Dopo aver constatato che era un tantino difficile trovargli da mangiare (si trattava in effetti di recuperare per lui un pulcino o un piccolo topo, vivi, ogni volta che costui avesse fame, in modo da farglieli stritolare e inghiottire), qualche giorno dopo lo abbiamo liberato nella foresta di Ranomafana. Ma è stato prontamente sostituito da Carota (il nome non gliel’ho messo io), un piccolo cagnolino nero di pochi mesi, al massimo due, che abbiamo trovato abbandonato a se stesso per strada. Ora credo si possa ritenere uno dei cani più fortunati di Fianar, visto che non gli manca né il cibo né l’affetto che a turno gli dimostriamo.

Luca Pennisi


venerdì, aprile 27, 2012

DIARIO DI UN'AVVENTURA MALGASCIA

Sono passati alcuni mesi ormai dall'inizio di questa avventura che  il "grande" Luca ha intrapreso, e noi grazie al suo diario di viaggio siamo felici di continuare a raccontarvela.


PARTE QUARTA: 


La prima domenica qui in Madagascar, l’unico giorno della settimana in cui siamo tutti liberi da impegni di servizio, siamo andati a Ranomafana (letteralmente “acqua calda”) per visitare il villaggio ma soprattutto per addentrarci nell’omonima foresta pluviale, territorio protetto da insediamenti umani di qualsiasi genere, di cui i lemuri sono i padroni incontrastati, considerato che la fauna restante è costituita più che altro da animali di piccola taglia, in prevalenza rettili. Devo dire che da quando sono qui, sin da subito mi sono sentito come in un film di Indiana Jones, o addirittura il Professor Jones in persona, e lì all’interno della foresta questa sensazione si è accentuata ulteriormente: lo scalpiccio dei nostri passi uno dietro l’altro su un tappeto di foglie e natura frammisto unicamente al suono inarrestabile delle cicale e degli esseri che abitano la foresta; li senti vicini, eppure non riesci a vederli. L’intricarsi dei rami volti a nascondere la luce del sole e poi ad un certo punto seguire con lo sguardo l’indice della guida che ci mostra per la prima volta un lemure arrampicarsi e saltare da un ramo all’altro. E noi di corsa ad imbracciare la macchina fotografica per immortalare il momento, partendo a caccia dello scatto migliore. Attraverso i sentieri si sono incontrati diversi esemplari di fauna e flora locale: un piccolo camaleonte cornuto, un insetto stecco, lumache e lombrichi di enormi dimensioni, canne di bambù a mai finire e ogni tanto capitava anche qualche sanguisuga tra le mani o i piedi. Ad un certo punto nel bel mezzo della foresta si è rivelata una bella cascata, le guide avanzavano la possibilità di farsi un bagno nella piccola pozza sottostante: la tentazione era forte, ma nessun altro si è offerto volontario, così ho evitato anch’io di prendermi altre sanguisughe, possibilità tutt’altro che remota. Una volta usciti dalla foresta ci siamo diretti al villaggio, mentre alcuni hanno preferito un bagno in piscina (le famose acque termali che danno il nome al posto) io e qualcun altro abbiamo optato per una rana fritta e una grande dissetante ananas comodamente seduti presso uno dei locali presenti, un incrocio tra un bar e una baracca. L’accentuarsi della “sindrome di Indiana Jones” mi ha spinto all’acquisto, necessario, di un nuovo cappello che mi accompagnerà nelle prossime avventure. Dopodiché mi sono diretto al fiume, fonte d’approvvigionamento idrico per la popolazione locale, per bagnarmi un po’ e godermi il meraviglioso paesaggio. Poi ci siamo rimessi sulla via del ritorno, sazi e soddisfatti, dopo una giornata all’insegna della scoperta, sicuro e realizzato per averla vissuta pienamente, nel miglior modo possibile.

Tra le molteplici attività che porto avanti coi miei colleghi qui a Fianar, c’è anche quella di supporto al CDS, ospedale privato della città; non è niente di rilevante, si tratta semplicemente di ordinare i farmaci ammucchiati in un ripostiglio dentro innumerevoli scatoloni, scrivere la quantità e la data di scadenza, in modo tale che i medici sappiano attraverso un catalogo virtuale quante medicine hanno a disposizione. Il lavoro evidentemente non richiede alcuna conoscenza particolare, ma mi rendo conto che qualcuno lo deve fare, perciò mi rimbocco le maniche negli spazi vuoti tra un’attività e l’altra nell’arco della settimana. Almeno ho fatto conoscenza con qualche medico, contento del mio contributo, modesto per quanto possa essere. Ah, quasi dimenticavo, l’ospedale (almeno questo che, come ho già detto, è privato) funziona bene;  certo non vi sono gli stessi macchinari ad alta tecnologia che caratterizzano i grandi ospedali occidentali, non vi sono tutti i reparti specializzati (pediatria, oncologia, neurologia ecc…), ma quel poco che c’è, di medici e attrezzature, è ben organizzato o almeno così mi pare. I ricoveri sono pochi per via dei costi che la gente del posto non potrebbe sostenere, quindi i compiti si riducono al ricevimento pazienti per le visite del caso, ogni giorno secondo gli orari d’ufficio.

To be continued...

Luca Pennisi

mercoledì, aprile 11, 2012

Ecco i legami storici delle famiglie mafiose ricollegate alla figura di Vito Badalamenti.

Tano Badalamenti
Come abbiamo detto in precedenza, Vito Badalamenti adesso può tornare in Italia da uomo libero, visto che da qualche giorno non è più latitante e perseguibile penalmente. Ma io adesso vorrei fare un piccolo salto in dietro per cercare di fare un po’ di chiarezza sulle parentele e sui legami con le altre famiglie mafiose della zona che sono ancora oggi oggetto di discussione. In particolare mi soffermo sulle parentela con le famiglie di Alcamo e Castellammare del Golfo (proprio in quest’ultimo paese si sarebbe trasferita la madre di Vito, nonché moglie di don Tano Badalamenti). 

Tutto parte da Vincenzo Rimi, storico boss del mandamento di Alcamo, ritenuto uno dei primi ad avere dei rapporti diretti con la politica che conta. Infatti, don Vincenzo era rispettato ad Alcamo, tanto da potergli permettere di aggirarsi per il paese senza scorta e disarmato. I suoi legami con la politica, derivano dal fatto che anche lui stesso fu membro del direttivo locale della Democrazia Cristiana di Castellammare del Golfo.  Vincenzo Rimi, fu anche uno tra i primi boss a capire che doveva spingere gli affari verso il cemento e l’imprenditoria. I figli, Filippo e Natale capirono subito che era il momento di mettersi al passo con i tempi, sfruttando il terremoto che devastò la valle del Belice. La ricostruzione della valle del Belice, è stato uno dei motivi che portarono la mafia alcamese ad adeguarsi ai nuovi affari. Siamo agli inizi degli anni sessanta, e il litorale di Alcamo Marina non era ancora devastato dal cemento e dalle costruzioni selvagge che oggi sono alla portata di tutti. È questo il momento della costruzione del Motel Beach, che grazie agli agganci della famiglia Rimi non ebbe problemi; costruito proprio nel terreno di proprietà dei fratelli Rimi. Visto il successo dell’affare “Motel Beach”, continuarono asorgere edifici, nel Viale Europa, nel Viale Italia ed in altri posti della città.
Vincenzo Rimi
Natale Rimi, è noto all’opinione pubblica per aver partecipato al Golpe Borghese, ma mai ufficialmente dichiarato mafioso. Soltanto le dichiarazioni del pentito Antonino Calderone che accuserà il figlio del patriarca alcamese di essere un mafioso, permise di chiarire il quadro della famiglia mafiosa di Alcamo. Nel frattempo, i corleonesi mettono in atto la loro strategia e iniziano a colpire e eliminare la famiglia alcamese con una serie di attentati. Infine Natale verrà arrestato in Spagna nel 1990.

Andiamo al fratello Filippo. Come sappiamo, le famiglie mafiose si alleano con altre famiglie permettendo di rafforzare i legami. Anche la famiglia Rimi, si è alleata con altre famiglie, con dei matrimoni ad hoc. Filippo Rimi, si sposa con Giovanna Vitale, sorella della moglie di don Tano, e la sorella, Antonina Rimi, sposa Antonino Buccellato,boss di Castellammare del Golfo. Per riassumere brevemente, ho creato ed inserito un piccolo "albero genealogico" (in fondo).  Anni prima si era scoperto che un'industria conserviera di Castellammare del Golfo, inviava eroina in America nascondendola nelle confezioni di pomodoro pelato, l’industria era di proprietà proprio di Antonino Buccellato ucciso poi nel settembre 1982. Ed ecco “chiariti”, o meglio riassunti alcuni legami, a mio avviso interessanti, per capire i movimenti all’interno delle famiglie. Dico alcuni perché in realtà ci sarebbe anche il figlio di Filippo Rimi e Giovanna Vitale, Leonardo Rimi che sposò Giusy Di Trapani, figlia di Ciccio Di Trapani di Cinisi. Ma lasciamo stare.

Tutto questo è servito per ricollegare i legami delle famiglie mafiose locali con Vito Badalamenti. Come mostrato qui di seguito, le famiglie hanno delle ottime relazioni, se la madre di Vito, imparentata con la famiglia castellammarese,  abita ancora in paese vuol dire che i legami con il tempo non si sono indeboliti. Ovviamente, qui si sta cercando di mettere alcuni tasselli storici al loro posto. Non si sta cercando di fare nessun tipo di accuse o altro. Il tempo trascorso è davvero tanto, però una cosa è certa, adesso che il figlio di don Tano è tornato “libero”, potrebbe tornare tranquillamente in Italia. Ma gli sarà consesso di andare a trovare la madre a Castellammare? Vedremo, perché a quanto pare l'unica misura ancora attiva è la sorveglianza speciale, che lo costringerebbe a non allontanarsi da Cinisi, senza il permesso del giudice e a rientrare a casa prima delle 20 e a uscire dopo le 7. Si dovranno soltanto attendere ulteriori notizie, che sicuramente non tarderanno ad arrivare. 

SCHEMA DEI LEGAMI STORICI DELL’ASSE CINISI-ALCAMO-CASTELLAMMARE  (Anni‘50/’60): 
















Emanuel Butticè

martedì, marzo 27, 2012

Impunità Spa (anche se…)


Foto Archivio
Mi sembra di sentire quella storia che si racconta ai bambini, quella del lupo travestito d’agnello (o forse non era un storia?). Comunque sia, mi sembra veramente di vivere in una fiaba, proprio quelle che cominciano con “c’era una volta”.
C’era una volta un losco figuro che si aggirava nei meandri dell’ospedale San Vito e Santo Spirito di Alcamo, con personaggi non del tutto “sconosciuti”. Politici, imprenditori, dottori e chi più ne ha più ne metta. Sto parlando di un alcamese doc, di circa 50 anni, Pietro Pellerito. Il buon vecchio infermiere che scende in politica, o meglio sale in politica (non si capisce più se si scende o si sale). Infatti dal 01/07/2008 è consigliere provinciale di Trapani. Eletto nelle file dell’UDC ma successivamente passato al gruppo Alleanza per la Sicilia. Dopo le indagini di mafia che lo hanno visto coinvolto,  il nostro infermiere ha deciso di farla finita; ha chiesto il divorzio dall’UDC. In una dichiarazione sottolinea il motivo: “Il mio partito è rimasto silente. E siccome quando in una coppia per stare bene bisogna essere in due, ho deciso di fare la mia scelta. L’Udc non mi merita, o io non merito l’Udc”. In una coppia è normale litigare, soprattutto se uno dei soggetti è l’UDC. Però una domanda sorge spontanea: come mai il partito di Casini non ha neanche espresso la solidarietà ad un povero perseguitato dalla giustizia? Eppure è un classico vedere tra le file dell’UDC personaggi in odor (olezzo direi) di mafia, indagati e quant’altro. La cosa è molto strana, ci sono partiti che ti promuovono e ti portano in alto se sei indagato o condannato, se ti va bene perfino in Parlamento. Questa volta invece sono stati cattivi.
Nel 2011 il nostro infermiere, si è rivolto ad un dottore alcamese per farsi rilasciare un certificato medico fasullo. Infatti un operario della Medicementi, la ditta di calcestruzzi di Alcamo, che non era regolarmente registrato, avrebbe avuto un incidente sul lavoro ma trasformato poi in un incidente stradale. Per questo motivo il medico è indagato per falso e il nostro infermiere condannato a 6 anni dal Tribunale di Trapani per soppressione di atto pubblico.
Il nostro infermiere in passato si è anche affiancato a dell’ex deputato regionale Norino Fratello, ed insieme fondarono “I Moderati”, nato dopo il patteggiamento dello stesso Fratello perché coinvolto in un’inchiesta antimafia.
Tornando ad oggi: al nostro caro infermiere viene imposta la sorveglianza speciale per i prossimi due anni, quindi dovrà segnalare i suoi spostamenti, anche per andare al Consiglio provinciale. Esatto, perché ovviamente non si è dimesso. Non possiamo pretendere le dimissioni, in Italia funziona così. Siamo un paese di impuniti e un paese di egoisti. Nella lingua dei politici (il politichese), non esiste più la parola “dimissioni”. Siamo il Paese dove tutto viene svolto all’insaputa oppure “non è tutto come sembra”, “sono un perseguitato”, frasi come queste ormai non ci fanno più tanto effetto. “La mia è una condanna di primo grado, è stato tutto sbagliato, denuncerò alla magistratura chi mi chiede di dimettermi”. Questa è una la dichiarazione del nostro caro infermiere, quindi perché continuare ad assillarlo? Se ha appena detto d’essere innocente non ha senso insistere. L’unico problema sono delle piccole ed insignificanti intercettazioni in cui alcuni mafiosi parlano proprio di lui: “Se non era per Pitrinu eravamo rovinati”. 

Ed ecco qui l’”anche se…”

Proprio oggi il Tribunale di Trapani ha disposto la misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno ad Alcamo per due anni. Si sarà dimesso? No.
Però il presidente del Consiglio provinciale, durante la seduta di oggi ha letto la nota del Prefetto di Trapani, Marilisa Magno, che indica le disposizioni di sorveglianza, e ha così annunciato al resto del consiglio la sospensione del nostro carissimo infermiere da consigliere provinciale.
Morale della favola? Mai toccare la poltrona altrui, in Italia è un reato chiedere le dimissioni. Questo perché siamo realmente un paese di impuniti, dove tutti hanno delle azioni e tutti si spartiscono una fetta della grande torta dell’impunità spa. Anche se indirettamente ogni tanto succede qualcosa di inaspettato. Vedremo come andrà a finire il processo d’appello.

Emanuel Butticè