lunedì, novembre 09, 2009

Santanchè show!!



Perchè le persone capiscono tutto al contrario?? Forse perchè gli conviene così!! Non sono stati i musulmani a chiedere che venisse tolto il CROCEFISSO dalle classi. Non capisco questo astio che si sta creando nei loro confronti. Spiegatemelo

domenica, novembre 08, 2009

La vicenda Dioscuri oggi ne "Il Giornale"! Figura di merda dell'intero PD Nazionale

Lo «stalliere» di Alcamo factotum del senatore e braccio destro del boss

Anche il Pd ha il suo «stalliere» mafioso (ma non si deve dire). Parlare dello «stalliere di Alcamo», Filippo Di Maria, mafioso fidato di mafiosi, factotum-giardiniere-autista del senatore del Pd, Nino Papania, infastidisce i mafiologi di professione ossessionati dell’antico filone manganiano che porta ad Arcore. Per i magistrati siciliani, però, l’esponente del Pd «poteva non sapere» quello che ad Alcamo sapevano anche i muri. E cioè che il braccio destro del senatore Pd, arrestato nell’operazione «Dioscuri», era autista, cassiere e uomo di fiducia del boss Nicolò Melodia, il quale boss - scrive la Dda citando il pentito Gaspare Pulizzi, reggente della cosca di Carini, arrestato insieme al capomafia Salvatore Lo Piccolo in un casolare a Giardinello - è uomo d’onore e capo mandamento di Alcamo. «Per gli incontri con il Melodia - rivela sempre Pulizzi - Lo Piccolo mi disse che avvenivano attraverso il contatto stabilito da tale Filippo (Di Maria, ndr) che si occupava di rintracciare Melodia ogni qual volta era necessario stabilire un contatto tra noi e la famiglia di Alcamo. Detto “Filippo” si occupava di accompagnare quale autista e uomo di fiducia Melodia Ignazio ai summit di mafia (...). Melodia ebbe a incontrare direttamente i Lo Piccolo, lo aveva accompagnato Ferdinando Gallina, il quale lo aveva prelevato a Balestrate dove a sua volta lo aveva prima lasciato il Filippo». Come se non bastasse, quando il 5 novembre 2007 la polizia irruppe nel casolare dov’era nascosto Lo Piccolo, trovò un pizzino riferito al factotum del senatore Pd in cui tale Vittorio comunicava a Lo Piccolo che era «in attesa di Filippo (Alcamo) per darmi appuntamento con Ignazio».
Leggendo intercettazioni e informative sull’uomo che curava gli interessi domestici del senatore Papania e quelli criminali del boss Melodia - detto «il macellaio» o «il riccio» - salta agli occhi la sua meticolosa professionalità nel gestire il complesso business delle estorsioni con relativa elargizione, ai componenti del clan, degli utili per migliaia di euro. Ma a forza si spulciare le carte della polizia si scopre che Di Maria, quando non prestava servizio a Cosa nostra, intratteneva «legami con alcuni uomini politici locali e con alcuni collaboratori dell’allora deputato regionale, oggi senatore (del Pd, ndr) Papania Antonino. In particolare - annota la Mobile di Trapani - emergeva dall’ascolto di numerose conversazioni che Filippo Di Maria svolgeva attività di factotum presso la villa di Scopello del predetto Papania, muovendosi incessantemente per procurare posti di lavoro a propri amici e conoscenti grazie anche al diretto interessamento di collaboratori e personale di segreteria del senatore», che non ne sapeva niente. Fra le telefonate «politiche» intercettate a Di Maria vi è il riscontro all’iperattivismo del factotum del parlamentare «in occasione di alcune competizioni elettorali e referendarie». Quali? «Nelle “primarie” dell’ottobre 2005 per la individuazione del candidato premier per la coalizione del centrosinistra». Oppure «nella raccolta delle firme a sostegno del referendum per la modifica della legge elettorale». Per non dire «delle primarie del 4 dicembre del 2005 per la individuazione del candidato alla presidenza della Regione Sicilia», ovviamente per il centrosinistra. «In tale contesto - chiosa il gip - emergeva chiaramente che lo staff del senatore Papania ed altri uomini politici locali contattavano ripetutamente, e in diverse occasioni, il Di Maria al fine di indurlo a sostenere le iniziative politiche sopra indicate e invitandolo a fare altrettanto con tutte le persone di sua conoscenza». Tanto basta per sollevare un caso politico? Macché. Per i magistrati «nonostante l’esistenza, certamente notoria in una piccola comunità quale quella alcamese, di uno stretto legame tra Di Maria una famiglia storicamente mafiosa quale quella dei Melodia, da nessuna delle conversazioni intercettate emergeva che gli uomini politici o i loro diretti collaboratori avessero consapevolezza del ruolo mafioso rivestito da Di Maria e che quindi sfruttassero la comprovata capacità dell’associazione mafiosa di condizionare i risultati del voto e delle competizioni elettorali». Solo per la cronaca, in un’intercettazione il fiduciario dei Melodia sprona i suoi per l’imminente battaglia: «Lui mi ha detto, muovetevi, perché siamo in mezzo a una strada», diceva al telefono. Quel «lui», secondo gli inquirenti, potrebbe essere proprio Papania. Che ovviamente smentisce e si dice all’oscuro delle trame del suo «stalliere».
FONTE: Il Giornale

sabato, novembre 07, 2009

Evasione fiscale: protocollo d’intesa tra il Comune di Castellammare e l’Agenzia delle Entrate.



Sarà firmato lunedì 9 novembre, alle ore 10, nell’aula consiliare del Comune di Castellammare del Golfo, in corso Bernardo Mattarella, il protocollo d’intesa tra il Comune di Castellammare e l’Agenzia delle Entrate, per contrastare l’evasione fiscale. A sottoscriverlo il sindaco del Comune di Castellammare, Marzio Bresciani, il direttore regionale dell’Agenzia delle Entrate, Castrenze Giamportone, ed il direttore generale del Comune di Castellammare, Raimondo Liotta. Contestualmente alla firma, si terrà una conferenza stampa per spiegare i dettagli del protocollo. In base all’accordo sottoscritto, il Comune di Castellammare fornirà all‘agenzia segnalazioni qualificate, trasmesse tramite il canale Siatel, sistema di interscambio con l’anagrafe tributaria. Il Comune verificherà la posizione contributiva dei cittadini segnalando all’Agenzia delle Entrate elementi utili alla lotta all’evasione fiscale. Con il protocollo, infatti, il Comune di Castellammare si impegna a segnalare all’Agenzia delle Entrate i contribuenti con comportamenti potenzialmente evasivi, soprattutto nei settori immobiliare, del commercio, dell’edilizia e delle libere professioni. Accertamenti anche nei confronti di coloro che dichiarano residenze fittizie all’estero per motivi di convenienza fiscale o che, pur non risultando iscritti all’anagrafe residenti all’estero, usufruiscono di servizi comunali o beneficiano di riduzioni fiscali non spettanti. Al Comune andrà una quota del 30% delle somme che saranno effettivamente riscosse a seguito delle segnalazioni. Il protocollo d’intesa con il Comune di Castellammare avrà la durata di due anni (con decorrenza dalla data della stipula). Nel corso della confernza stampa sarà presentata anche l’inziativia “Il fisco mette le ruote” che prevede che il camper dell’Agenzia delle Entrate, attrezzato come un vero e proprio front office, sarà a disposizione dei contribuenti in Corso Bernardo Mattarella, nei pressi del Palazzo comunale, dal 10 al 13 novembre, dalle 10 alle 18.
Il portavoce del sindaco: Annalisa Ferrante

venerdì, novembre 06, 2009

Il papello della legalità: 11 punti per battere la mafia

La tre giorni degli Stati generali di Libera "Intercettazioni e caso Fondi, scelte incoerenti"

Don Ciotti: "I pozzi della politica sono avvelenati"
Don Luigi Ciotti

ROMA - Il papello della legalità, in undici punti. Con la lettura alla platea del Manifesto per un mondo liberato dalle mafie, si sono chiusi a Roma i lavori degli Stati generali dell'Antimafia, organizzati da Libera. Tre giorni di confronto e di analisi con le tante associazioni della rete guidata da Don Luigi Ciotti. Un manifesto frutto del lavoro di diciassette gruppi, cui hanno partecipato 100 relatori oltre 2.500 persone provenienti da tutt'Italia, dall'Europa e dai Paesi sudamericani. Il manifesto contiene impegni che l'associazione di don Ciotti intende assumersi per i prossimi tre anni, ma soprattutto le richieste da avanzare alla politica.

Poche ma concrete ed efficaci azioni sul piano normativo e culturale -si legge in una nota- per una nuova stagione di impegno nella lotta alle mafie: "approvare un testo unico della legislazione antimafia e garantire una più efficace azione di contrasto; istituire un'agenzia nazionale per la gestione dei beni sottratti alle mafie; colpire i legami tra mafia e politica attraverso la revisione del reato di voto di scambio e della normativa sui comuni sciolti per mafia e adottare un codice etico che impedisca la presenza nelle istituzioni di persone condannate o rinviate a giudizio per gravi reati; istituire un'authority indipendente contro la corruzione, dotata di poteri ispettivi e di controllo; dedicare, con un provvedimento legislativo, la giornata del 21 marzo di ogni anno alla memoria di tutte le vittime di mafia; estendere a livello europeo la normativa che prevede l'utilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie; abolire tutte le discriminazioni a danno dei familiari di vittime innocenti; armonizzare le norme esistenti e garantire un effettivo riconoscimento, in sede civile, del danno biologico, di relazione e morale; affermare la centralità della scuola, dell'università e delle altre agenzie formative, nella definizione di nuove politiche sociali; difendere, in ogni sede, il diritto all'informazione garantito dall'articolo 21 della Costituzione".
Undici punti che l'associazione Libera chiede che siano attuati con urgenza dal mondo politico. Il manifesto sarà consegnato al presidente della Repubblica, ai presidenti di Camera e Senato e alle istituzioni europee.
"Oggi", ha detto don Luigi Ciotti, "sono avvelenati i 'pozzi' della politica. Bisogna cambiare falda trovare acqua pulita, acqua nuova. Una politica che sia veramente per il 'bene comune'. Si sente un gran parlare in questi giorni di un papello che sarebbe la prova documentata di una trattativa tra mafia e Stato.
Non vogliamo sottovalutare la gravità dei fatti su cui sono in corso le indagini, ma non esiste forse oggi un papello che è sotto gli occhi di tutti ed è fatto di scelte incoerenti come i provvedimenti che riducono l'efficacia dell'azioni di contrasto -vedi l'uso delle intercettazioni- o quando assistiamo al mancato scioglimento di amministrazioni comunali utilizzando scorciatoie che creano pericolosi precedenti, come nel caso del comune di Fondi, o il provvedimento dello scudo fiscale e il tentativo gravissimo di limitare l'autonomia della magistratura. Queste sono scelte incoerenti", ha concluso don Ciotti, "che fanno esultare le mafie. Non possiamo 'lottare' contro le mafie senza politiche sociali a tutela delle persone, dei piu deboli, senza interventi economici mirati e tutela e diffusione dell'area dei diritti".

martedì, novembre 03, 2009

Esattore del pizzo e factotum del senatore


Filippo Di Maria arrestato perché ritenuto uno dei fidati del boss di Alcamo Nicola Melodia. Curava la casa di Scopello del senatore Antonino Papania. Le intercettazioni della squadra mobile l'hanno sorpreso mentre fa campagna elettorale per il senatore Pd e organizza incontri con la sua segreteria politica per l'assunzione di persone di alcune cooperative sociali di Alcamo
di Salvo Palazzolo
Filippo Di Maria, uno degli arrestati del blitz antimafia di questa notte, si divideva fra gli affari del clan e il giardino del senatore del Pd Antonino Papania, eletto nel 2006 con la lista della Margherita. Le indagini della squadra mobile di Trapani hanno appurato che Di Maria era uno dei factotum dell'uomo politico: fra un'estorsione e una riunione di mafia, il boss correva a Scopello, per sistemare la villa o l'auto di Papania.

Il senatore non risulta indagato, anche perché fino a ieri Di Maria era un pefetto incensurato. E pure lui si dedicava alla politica: le intercettazioni disposte dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo l'hanno sorpreso mentre fa campagna elettorale per Papania e procura a un collaboratore del senatore (l'assessore comunale di Alcamo Giuseppe Scibilia) elenchi di nomi da inserire come votanti alle primarie in cui il Pd sceglieva nel 2005 il candidato alla presidenza della Regione. Tutti voti che finirono sul candidato Ferdinando Latteri.

Ma poi, a spuntarla fu Rita Borsellino. Restò il successo personale di Papania, che in provincia di Trapani fece ottenere a Latteri il record regionale del 45,3 per cento delle preferenze.

Di Maria era un gran procacciatore di voti, ma anche di posti di lavoro. Ancora le intercettazioni della squadra mobile di Trapani l'hanno sorpreso mentre organizza con la segreteria politica di Papania incontri finalizzati ad alcune assunzioni nelle cooperative sociali di Alcamo.

L'ultima indagine dei pm Paolo Guido e Carlo Marzella offre uno spaccato inquietante delle infiltrazioni di Cosa nostra all'interno della politica. I boss di Alcamo, quelli più vicini al superlatitante Matteo Messina Denaro, sarebbero stati mobilitati anche per il referendum elettorale che nel 2005 vide impegnati diversi esponenti del centrosinistra e del centrodestra contro il quorum del 5 per cento. Di Maria e il suo serbatoio di voti si muoveva dove c'era bisogno, dove veniva chiesto: "Lui mi ha detto, muovetevi, perché siamo in mezzo a una strada", così il boss redarguiva per telefono i suoi. "Lui", secondo la Procura, era Antonino Papania.

Adesso, dopo gli arresti, i magistrati vogliono approfondire le relazioni pericolose della politica trapanese, presto potrebbe partire una sfilata di audizioni.
(03 novembre 2009) Fonte: http://palermo.repubblica.it

Il latitante Matteo Messina Denaro affida il racket a un clan di donne

Blitz nella notte della squadra mobile di Trapani: dieci provvedimenti portano in carcere il nuovo gruppo dirigente della famiglia di Alcamo, vicinissimo al nuovo capo di Cosa nostra latitante dal 1994. Due donne incaricate di gestire il pizzo. In manette anche il factotum del senatore del Pd PAPANIA.
Molti boss sono in carcere, il superlatitante trapanese Matteo Messina Denaro, ormai ritenuto il capo di Cosa nostra siciliana, decide di affidarsi alle mogli e alle figlie dei suoi uomini più fidati per cercare di risollevare le sorti dell'organizzazione. Le indagini della squadra mobile di Trapani e della Direzione distrettuale antimafia di Palermo svelano le ultime mosse del padrino ricercato dal 1994: un blitz, scattato nella notte, ha portato in cella dieci persone ritenute il nuovo gruppo dirigente della famiglia di Alcamo. Tra gli arresti vi sono Anna Maria Accurso, moglie del capomandamento in carcere Antonino Melodia. E poi, Anna Greco, figlia di un altro mafioso che di recente era passato fra le fila dei fidati di Messina Denaro.

Gli uomini della squadra mobile diretta da Giuseppe Linares hanno filmato le due donne mentre raccolgono le rate del pizzo, oppure mentre distribuiscono denaro ai membri del clan. Fra i loro compiti, anche quello di recapitare le lettere di minacce alle vittime predestinate.

L'indagine ha anche messo in risalto un particolare attivismo in politica della cosca di Alcamo. Ad occuparsi delle campagne elettorali era Filippo Di Maria, uno degli esattori del clan, che è risultato essere anche il factotum del senatore del Pd Antonino Papania.
Il provvedimento, firmato dal gip Antonella Consiglio, è stato firmato dai sostituti della Dda di Palermo Paolo Guido e Carlo Marzella, nonché dal procuratore aggiunto Teresa Principato. Gli arrestati devono rispondere, a vario titolo, dei reati di associazione mafiosa, estorsione, incendio e detenzione illegale di armi. In manette sono finiti anche Diego e Nicolò Melodia, Gaetano Scarpulla e Tommaso Vilardi. A Lorenzo Greco, Stefano Regina e Felice Vallone, già detenuti, la misura cautelare è stata notificata in carcere.
All'interno della cosca di Alcamo era sorto di recente un contrasto tra i fratelli Cola (il padre di Antonino) e Diego Melodia sulla gestione del pizzo: cercavano di contendersi gli esattori migliori sulla piazza. Le donne erano le più quotate all'interno del clan.
(03 novembre 2009) FONTE: http://palermo.repubblica.it

lunedì, novembre 02, 2009

Aldo, Federico e gli altri

Tanti i casi di presunte violenze delle forze dell’ordine Sentenze spesso morbide, pochi colpevoli

Stefano Cucchi , il ragazzo arrestato a Roma il 15 ottobre per il possesso di stupefacenti e trascinato come una cosa tra la camera di sicurezza della Stazione “Tor Sapienza” dei carabinieri e il reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini, non è uscito vivo dall’impatto con il sistema repressivo. Ora è sulle pagine dei giornali e fissa i lettori con i 37 chili del suo corpo martoriato. Cosa gli è successo? Davvero ha ragione chi ha avuto il coraggio di scrivere che la sua triste fine è da attribuirsi a “presunta morte naturale”?

In realtà, negli ultimi anni, sull’altare della sicurezza sono state sacrificate decine di persone. Si è cominciato, per contare le vittime a partire dal 2005, con il diciottenne Federico Aldrovandi, massacrato da quattro agenti di polizia a Ferrara, il 25 settembre di quell'anno. Di lui, i responsabili della sua morte hanno prima detto “che sembrava un albanese”, poi che si era ammazzato da solo prendendo a testate un muro. In gergo viene definita “crisi psicomotoria”: la stessa che è stata affibbiata anche a Giuseppe Casu, sessantenne di Quartu (Cagliari), trascinato via dalla piazza dove vendeva fichi d’india e rinchiuso per un Trattamento Sanitario Obbligatorio nell’ospedale di Is Mirrionis. Nel nosocomio nessuno fa domande. L'ambulante viene sedato e legato al letto. Lo stesso letto dove, il 9 ottobre del 2006, Giuseppe Casu muore.

UNA COSA simile succede a Riccardo Raisman, 34 anni, di Trieste. Si tratta di un ragazzo affetto da una sindrome schizofrenica contratta nel corso del servizio militare, a causa di ripetuti atti di nonnismo: un problema che gli ha lasciato in eredità una fobia nei confronti di chi indossa la divisa. Ebbene, il 27 ottobre del 2006 Riccardo Raisman è felice. Il giorno dopo avrebbe dovuto iniziare a lavorare e festeggia l’avvenimento facendo un po’ di baccano. Qualcuno chiama la polizia ma Raisman si guarda bene dall’aprire. Intervengono i vigili del fuoco, che sfondano la porta mentre gli agenti irrompono nella casa. Quando Raisman diventa cianotico è troppo tardi. Alcuni vicini di casa riferiranno di aver sentito dei rantoli, poi più nulla: Riccardo è morto.

ANCHE PER il falegname Aldo Bianzino, 44 anni, di Pietralunga (Perugia), i familiari e gli amici invocano verità e giustizia. Come il romano Stefano Cucchi, Bianzino era stato arrestato per il possesso di stupefacenti e portato nel carcere Capanne. Qui, il 14 ottobre del 2007, Bianzino muore in circostanze quantomeno misteriose viste le lesioni agli organi interni accertate dall’autopsia.

Nella macabra lista delle vittime dell’ordine pubblico troviamo poi Giuseppe Torrisi , 58 anni, un clochard di Milano ucciso a botte da due agenti di polizia ferroviaria alla stazione Centrale, il 6 settembre del 2008. Dopo aver compiuto il misfatto, i tutori dell'ordine hanno pensato di compilare un falso verbale accusando Torrisi di averli aggrediti con un taglierino.

Non è la prima volta che accade. Per lo stesso Gabriele Sandri, classe 1981, ucciso da una pallottola esplosa dall’agente Luigi Spaccarotella l’11 novembre del 2007, si è parlato di mistificazione, anche se il responsabile di quell'assurda morte è stato processato e condannato a una pena da molti ritenuta troppo lieve. Per contro c'è anche chi non riesce neppure a sottoporre attraverso un processo il suo caso all’attenzione dell’opinione pubblica. Il discorso vale per il ventiduenne Manuel Eliantonio, un ragazzo di Pinerolo che, la mattina del 23 dicembre del 2007, viene sorpreso dalla polizia alla guida di un auto rubata. Tradotto nel carcere di Marassi, Manuel va incontro a un calvario allucinante. Visitato in prigione, ostenta evidenti segni di maltrattamenti, eppure nessuno riesce a fare nulla finché, il 25 luglio del 2008, la signora Maria non viene messa a conoscenza dell’avvenuto decesso del figlio.

A VOLTE, PER incontrare la morte, non è neppure necessario commettere un reato. Il senegalese Chehari Behari Diouf, 42 anni, residente a Civitavecchia (Roma), non ha fatto null’altro di diverso dallo starsene seduto nel giardino di casa sua. L’ispettore di polizia Paolo Morra ha avuto da ridire e, accusando Diouf di schiamazzi, gli ha scaricato addosso il fucile, uccidendolo il 31 gennaio del 2009.

Più fortunato di lui è stato un altro ragazzino di nome Rumesh Rajgama Achrige , un writer diciottenne di Como che, il 29 marzo del 2006, nel corso di un banale controllo, si è ritrovato ridotto in fin di vita da un colpo di pistola sparato contro di lui da uno dei vigili urbani che, negli ultimi anni, la giunta comunale del comune lombardo ha ritenuto di dover armare.

Dalla tragedia di Achrige alla fine di Stefano Cucchi, le similitudini si colgono quantomeno nella difficoltà con cui gli organi preposti diffondono informazioni attendibili sui casi di morti da ordine pubblico. Stefano Cucchi, in attesa di ulteriori accertamenti, potrebbe essere l’ennesimo anello di questa catena. Ma ora che le orbite tumefatte del ragazzo gridano vendetta al cospetto di ogni residuo di coscienza collettiva sarà possibile dare un senso a quegli slogan di “verità e giustizia” che comitati sparsi in tutto il Paese chiedono per le numerose vittime delle forze dell’ordine?

da Il Fatto Quotidiano n°35 del 1 novembre 2009

domenica, novembre 01, 2009

La crisi è finita?

Oggi da più parti si sente: “la crisi è finita.”

Ma nessuno spiega per chi è finita.

Certamente non è finita per tanti lavoratori che sono stati buttati fuori dal sistema produttivo, non è finita per circa 1000 lavoratori precari della scuola che in provincia di Trapani non hanno avuto riconfermato l’incarico, (basta fare le dovute proporzioni per capire quanti sono in Italia.). Non è finita per i tanti artigiani che non vedono arrivare commesse nuove e non è finita per un sistema produttivo primario come l’agricoltura in cui la crisi dei ricavi (causa il basso prezzo del prodotto alla fonte) sta mettendo in ginocchio anche i più parsimoniosi e volenterosi.
Se il lettore ricorda un mio precedente intervento su questo tema nell’articolo “ Le vere ragioni della crisi” certamente ricorderà che la tesi che veniva sostenuta era che i subprime erano stati il fattore scatenante della crisi ma il vero motivo era da ricercare nell’elevato grado di concentrazione del reddito nei paesi sviluppati ed in via di sviluppo.
Ricorderà inoltre che l’articolo si chiudeva con l’auspicio che la classe dirigente comprendesse le vere ragioni della crisi e agisse di conseguenza altrimenti il rischio era quello di appesantire il debito pubblico con interventi assolutamente temporanei che non intaccano la causa madre della crisi.
Oggi purtroppo dobbiamo dire che la via imboccata in particolare in Italia non è delle migliori.

Il debito ed il deficit galoppato mentre la diminuzione del PIL porta automaticamente all’aumento della pressione fiscale (pressione fiscale=Entrate/PIL) quindi diminuendo il denominatore a parità di entrate aumenta la pressione fiscale.
Gli interventi fatti dal governo non vanno verso una migliore distribuzione del reddito, anzi i licenziamenti nel pubblico impiego, il mancato vero sostegno alle famiglie, il mancato controllo della politica dei prezzi, aliquota bassa per il rientro dei capitali dall’estero (5%) mentre nel resto del mondo occidentale si va dal 35% al 50%. Ipotesi di riduzione dell’IRAP, tutti interventi di segno opposto.

La crisi è probabilmente finita per qualche finanziere o banca oculata che comprò prodotti finanziare ai prezzi bassissimi di inizio anno e oggi può segnare guadagni anche del 200 e 300%.
Ma questo non comporta nessuna ricaduta sul sistema produttivo poiché questi guadagni non alimentano i consumi delle famiglie ma servono solo ad alimentare la concentrazione del reddito da plusvalenza finanziaria per altro tassata solo al 12,50% molto meno di una ora di lavoro (circa 40%).

“ Calati iunco che passa la china” il detto siciliano appare esplicativo del comportamento del governo, stringiamo la cinta in attesa che passi la crisi senza fare grandi interventi, immobilismo giustificato dal debito. Tale comportamento potrebbe essere opportuno in una situazione di crisi ordinaria e ciclica una crisi naturale dopo un ciclo economico di forte sviluppo.
L’attuale crisi è strutturale causata dal fatto che i capitali non sono più come avveniva fino agli anni settanta in mano alle famiglie, piccole, medie imprese e grande imprese tutti soggetti economici che rimettevano quei capitali nel circuito produttivo, costruire prima e seconda casa (famiglie), ampliare l’attività (piccole e medie imprese), ottimizzare, modernizzare ed internazionalizzare l’attività (grande imprese).
Gli ultimi dati indicano invece una forte diminuzione del risparmio delle famiglie, un forte indebitamento delle piccole e medie imprese con serie difficoltà di accesso al credito e una frequente necessità delle grandi imprese di ristrutturazione del debito (allungamento dei tempi di rimborso) e di acceso al capitale di rischio tramite aumenti di capitale.


Dove sono i capitali?
La forte concentrazione del reddito degli ultimi anni ha spostato i capitali dalla produzione alla finanza i capitali sono quindi in titoli di stato, obbligazioni, azioni e derivati vari. E non può essere diversamente finché gli utili da capitale sono scarsamente tassati rispetto agli utili da lavoro.
Non è solo un fatto di tassazione. Sarebbe troppo riduttivo pensarlo.
I concentratori di reddito chi sono oggi?
Oggi concentrano reddito finanzieri, super manager, grossi professionisti, divi dello spettacolo e dello sport, grossi intermediari. Tutta gente che non ha una sua struttura produttiva su cui investire e quindi esclusa la quota di reddito spesa che va nel circuito produttivo, il resto va in investimenti finanziari.

A questo punto la risposta alla domanda “la crisi è finita?” è NO.

Ma la cosa preoccupante è che se il governo non capirà le vere ragioni ed interverrà di conseguenza la crisi può essere duratura e devastante.
Forse il “burbero” Tremonti è quello che più ha chiare le vere cause della crisi ed alcune sue uscite che a molti sono sembrate battute in realtà a mio avviso sono una possibile soluzione.
La battuta del posto fisso (da intendete tempo indeterminato) in realtà non è una battuta è un vero strumento di distribuzione, il no al taglio delle pensioni (il sistema è in equilibrio sostiene) la limitazione al taglio dell’IRAP, la necessità di aumentare il potere di spesa delle famiglie vanno tutti nella direzione giusta.
Avrà il coraggio e la forza di frenare le spinte interne alla sua maggioranza e del suo premier per imboccare la via giusta? Finora no (esempio: solo il 5% di tassazione sullo scudo fiscale).
Avrà la forza ed il coraggio di recuperare risorse adeguate dall’evasione fiscale, da una tassazione più pesante per i concentratori di reddito e cominciare una fase di ridistribuzione alle famiglie le quali tornando a disporre di risorse possono tornare a dare commesse alle piccole e medie imprese e ad alimentare i consumi in genere?
Se deciderà di battere il giusto sentiero penso avrà l’aiuto di UDC e PD.
Vedremo.


Prof Chiarenza Lorenzo